In queste pagine dense di passione e rigore, Proudhon demolisce il diritto di proprietà come pilastro di ogni privilegio, distinguendolo dal semplice "possesso" frutto del lavoro. La proprietà, per lui, è il meccanismo che permette di appropriarsi del lavoro altrui senza corrispondere il giusto salario, ed è per questo che essa è essenzialmente un furto .
Proudhon intravede una società futura basata sul mutualismo, su contratti liberamente stipulati tra produttori associati, su un credito gratuito che emancipi il lavoratore dal giogo del capitale. La sua è una visione moralmente elevata, che crede nella possibilità di correggere il capitalismo dall'interno, di "sopprimere il lato cattivo e salvare il lato buono" del sistema proprietario, preservando l'indipendenza del piccolo produttore attraverso riforme pacifiche e cooperative.
Del resto è proprio su questo crinale che si consuma la distanza incolmabile con un altro gigante del pensiero, Karl Marx. Nella sua Miseria della filosofia, Marx smonterà l'illusione riformista: la proprietà privata e il lavoro salariato non sono due "principi" separati di cui uno si possa salvare e l'altro cancellare, ma due facce inscindibili della stessa medaglia: il modo di produzione capitalistico. Il problema, per Marx, non è la cattiva distribuzione della ricchezza, ma la struttura stessa della produzione, basata sullo sfruttamento. Il valore non è un'entità morale, ma il prodotto del tempo di lavoro socialmente necessario, e il plusvalore nasce oggettivamente dallo sfruttamento della forza lavoro. Dove Proudhon vede un errore da correggere con la buona volontà, Marx vede una contraddizione storica che solo la lotta di classe e il superamento rivoluzionario dell'intero sistema potranno risolvere .
Ma, pur fra incertezze e insufficienze, "La proprietà" resta un grido di ribellione fondamentale che ha aperto la via a numerose riflessioni successive.
In queste pagine dense di passione e rigore, Proudhon demolisce il diritto di proprietà come pilastro di ogni privilegio, distinguendolo dal semplice "possesso" frutto del lavoro. La proprietà, per lui, è il meccanismo che permette di appropriarsi del lavoro altrui senza corrispondere il giusto salario, ed è per questo che essa è essenzialmente un furto .
Proudhon intravede una società futura basata sul mutualismo, su contratti liberamente stipulati tra produttori associati, su un credito gratuito che emancipi il lavoratore dal giogo del capitale. La sua è una visione moralmente elevata, che crede nella possibilità di correggere il capitalismo dall'interno, di "sopprimere il lato cattivo e salvare il lato buono" del sistema proprietario, preservando l'indipendenza del piccolo produttore attraverso riforme pacifiche e cooperative.
Del resto è proprio su questo crinale che si consuma la distanza incolmabile con un altro gigante del pensiero, Karl Marx. Nella sua Miseria della filosofia, Marx smonterà l'illusione riformista: la proprietà privata e il lavoro salariato non sono due "principi" separati di cui uno si possa salvare e l'altro cancellare, ma due facce inscindibili della stessa medaglia: il modo di produzione capitalistico. Il problema, per Marx, non è la cattiva distribuzione della ricchezza, ma la struttura stessa della produzione, basata sullo sfruttamento. Il valore non è un'entità morale, ma il prodotto del tempo di lavoro socialmente necessario, e il plusvalore nasce oggettivamente dallo sfruttamento della forza lavoro. Dove Proudhon vede un errore da correggere con la buona volontà, Marx vede una contraddizione storica che solo la lotta di classe e il superamento rivoluzionario dell'intero sistema potranno risolvere .
Ma, pur fra incertezze e insufficienze, "La proprietà" resta un grido di ribellione fondamentale che ha aperto la via a numerose riflessioni successive.